mercoledì 28 marzo 2018

Nuove sculture in mostra permanente

In questi ultimi mesi, da dicembre 2017 in avanti,  Studio d'Arte 15 di Cesena accoglie gli ultimi lavori di Alessandra Cocchi: sono alcune sculture e una serie di piccoli dipinti a olio.



A. Cocchi. Foglia. Dett. 2017


Le sculture dipinte attualmente esposte allo documentano la prima fase del nuovo filone produttivo di Alessandra Cocchi. Si tratta di opere di piccole dimensioni realizzate con la tecnica dell'origami modulare. 




Una veduta dell'allestimento.



Partendo dagli esempi classici dell'antica arte giapponese, l'artista ha inventato nuove possibilità sperimentando la tecnica combinatoria dei singoli elementi di carta ripiegata. 



A. Cocchi. Seme aperto. 2017 Dett. 


E' un procedimento molto lungo che richiede una continua progettazione e ridefinizione, ma che per le sue particolari caratteristiche permette anche una grande libertà creativa. Sono nate forme nuove, volumi plastici e leggeri, suscettibili a ulteriori sviluppi.



A. Cocchi. Pigne. 2017





A. Cocchi. Dalia. 2017



Le opere, ispirate alla natura, richiamano soprattutto le piante e i vegetali del sottobosco e sono arricchite e qualificate dal colore.


A. Cocchi. Dett. di uno dei dipinti


Particolare dell'allestimento.


Allo stesso tema si allacciano i dipinti, realizzati a olio e acrilico su carta, composizioni molto libere e astratte, in cui il colore deriva dalle suggestioni di luce, dagli aromi e dai profumi  delle foreste.





L'allestimento rimane visibile  in un tempo indefinito finchè non si aggiungeranno nuove creazioni o verrà proposto un nuovo evento. Per le visite si può richiedere un appuntamento tramite una e-mail indirizzata a: info@geometriefluide.com


Studio D'arte 15
Subborgo Eugenio Valzania 15 Cesena.

martedì 20 marzo 2018

Mostra condominiale a Cesena

Su un' iniziativa spontanea di alcuni residenti, allo scopo di abbellire gli spazi comuni, Studio d'Arte 15 è stato coinvolto per allestire una mostra in un palazzo privato che si trova in via Gadda a Cesena. L'idea è nata per rendere meno anonimi e spogli gli ambienti comuni che vengono percorsi tutti i giorni dagli abitanti del palazzo.



Alcuni dipinti nella mostra del condominio in via Gadda a Cesena



Sono state scelti un gruppo di disegni di Alessandra Cocchi, realizzati in gran parte a china e a penna: ritratti, paesaggi, vedute urbane e alcuni nudi. 




Alcuni dipinti nella mostra del condominio in via Gadda a Cesena



 L'esposizione, di carattere semipermanente, si sviluppa sui tre piani dell'edificio, con quadri distribuiti lungo le pareti della scala condominiale, ottenendo un allestimento sobrio, ma capace di trasformare questo spazio in un luogo più gradevole ed elegante.



Alcuni dipinti nella mostra del condominio in via Gadda a Cesena



martedì 13 marzo 2018

I "Fossili futuri" esposti alla mostra

Fossili futuri è una mostra dedicata alle opere di Alessandra Cocchi sul tema dell'evoluzione degli organismi viventi e comprende una serie di collages e alcune sculture, appartenenti a periodi diversi, ma riuniti perchè appartenenti ad uno stesso filone tematico.


Veduta dell'allestimento


La serie dei collages - esposti già alla mostra Sulle ali della Fantasia  (1998) alla galleria La corte di Cesena e alla mostra del 2013 svoltasi a Rimini nel Palazzo della Provincia -  rappresenta il punto di partenza di una ricerca espressiva in cui la carta, con le le sue possibilità di trasformazione è intesa come "materia vivente", e può assumere un aspetto organico. 


Dettaglio di uno dei Fossili Futuri esposti alla mostra.




La carta strappata, incisa, sfrangiata, sollevata strato su strato,ma anche solidificata e sviluppata come in un processo di crescita, diventa pelle, squame, denti, pinne, guscio, osso.  Così sono nati gli strani pesci, a metà tra creature preistoriche e animali ancora inesistenti ma possibili risultati di un'evoluzione futura.



Alessandra Cocchi. Porifero rosso. 2017. Scultura origami e acrilico.



Le sculture rinviano invece alle strutture scheletriche di animali marini appartenenti a tempi lontanissimi, del passato o del futuro, ma rivelano, nella diversità delle loro forme e nel concatenarsi di ogni articolazione, sempre un superiore e misterioso principio di armonia.



Un'altra veduta dell'allestimento


Le opere raccolte allo Studio d'Arte 15 di Cesena documentano con alcuni esempi essenziali il percorso artistico che  Alessandra Cocchi ha condotto dagli anni '90 in avanti passando dalla pittura, al rilievo, alla scultura. 

giovedì 10 agosto 2017

Con i "Fossili futuri" riapre Studio d'Arte 15

Dal 2 settembre riprende l'attività di Studio d'Arte 15 a Cesena con la mostra Fossili futuri.





Saranno esposti lavori di Alessandra Cocchi comprendenti pittura e scultura, appartenenti a tempi diversi ma accomunati da una sincera sensibilità ecologica e sviluppati secondo una personalissima riflessione sulle forme viventi, la loro evoluzione e un loro destino immaginario.  Il mare, evocato nelle forme e nei colori, è l'ambiente che richiama le origini della vita sulla terra e il luogo da cui si sono sviluppate innumerevoli specie.
Filo conduttore delle diverse tecniche sperimentate dall'artista è la carta, materiale dalle infinite possibilità creative, lavorata e trasformata secondo un'ottica di riciclo artistico.
In questa mostra il piccolo spazio della galleria vuole far vivere una dimensione tra un mondo visionario e fantastico e la curiosità scientifica di un museo naturalistico.


La mostra sarà aperta dal 2 settembre al 7 ottobre ogni martedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 17.00 alle 19.00 in subborgo Eugenio Valzania 15

venerdì 7 luglio 2017

Partecipazione alla Giornata del Contemporaneo 2017

Studio d'Arte 15 parteciperà alla Giornata del contemporaneo 2017. Per l'occasione è stata proposta la mostra Il Caos  dedicata alle opere di Sandro Taurisani, a cura di Alessandra Cocchi.

Sandro Taurisani. Caos n.6. Dett.


L'opera di Taurisani è un viaggio di esplorazione, dove un segno minuzioso e sicuro disegna la geografia complessa dell'interiorità. Così la linea rivela le stratificazioni dell'essere, i segni impressi dalla vita, il groviglio delle emozioni, i pensieri e le riflessioni sul mondo esterno, guidata da uno sguardo insaziabile, extra-temporale, che riesce a fondere insieme memoria e progetto.

L'evento, organizzato da AMACI, Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiani, è patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.
La mostra si terrà nel mese di ottobre 2017 e verrà inaugurata sabato 14 ottobre.


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Ricordiamo che nei mesi di luglio e agosto la galleria effettua la chiusura estiva. Le attività espositive riprenderanno nel mese di settembre 2017.

mercoledì 17 maggio 2017

Le "Forme effimere" di Alessandra Cocchi

Per i mesi di maggio e giugno 2017 lo spazio espositivo  di Studio d'Arte 15 a Cesena accoglie le nuove sculture della serie Forme effimere di Alessandra Cocchi.


Una veduta dell'allestimento
Le opere rappresentano un proseguimento della  recente ricerca espressiva condotta dall'artista a partire dall'estate 2016, basata su un principio di aggregazione di elementi modulari che possono associarsi secondo infinite possibilità.


Stazione per meteoriti

Con fantasiose combinazioni di piccole tessere dai colori madreperlacei sono nate  forme leggere che sia articolano nello spazio e sembrano seguire una crescita spontanea. Esposti come in un museo improbabile,  questa strana collezione di oggetti,  a metà tra le costruzioni fantastiche e le macchine inutili,  sembra una piccola raccolta di reperti provenienti da altri pianeti.

Dettaglio di una delle sculture esposte

Cometa che si risveglia




Hanno anche una natura "effimera",  poichè  si tratta di composizioni provvisorie che vivono il tempo della loro esposizione e poi scompariranno per mano dell'artista che le ha create. Ma potranno rinascere in forme nuove in una prossima occasione.


Un dettaglio dell'allestimento

Finestra per il vento

Dettaglio di una delle sculture esposte

Dettaglio di una delle sculture esposte

Una veduta dell'allestimento



La mostra proseguirà fino al 30 giugno 2017 e l'apertura al pubblico seguirà l'orario seguente: martedì, mercoledì, venerdì,  sabato orario: dalle 17 alle 19. (chiuso lunedì, giovedì e festivi) 

Studio d'Arte 15
Subborgo E. Valzania 15, Cesena





martedì 18 aprile 2017

I grattacieli di Massimo Galuppi

Dal 22 al 30 aprile Studio d'Arte 15 a Cesena ospita L'anima e il grattacielo, una mostra dedicata ai dipinti di Massimo Galuppi, a cura di Alessandra Cocchi.


La locandina della mostra



L'ingresso alla mostra





Alcune immagini dell'allestimento.


Recensioni

         Colei che qui ed ora, nel mentre che fa riaffiorare sensazioni dalla distanza temporale intercorsa, tenta anche di tradurle trascrivendole, è la medesima che, quel giorno di due mesi fa, partita con l'intento di scattare fotografie alle tavole dipinte di Massimo Galuppi, si trovò incentrata in un'esperienza quasi mistica, una sorta di astrazione a-spaziale, o meglio pluri-spaziale, che con un soggetto artistico differente –  figurativo, magari – avrebbe avuto forse di che confondersi con una manifestazione leggera di Sindrome di Stendhal.
Invece si trattò di una progressiva (a mano a mano che si realizzava frontalmente l'appropinquamento fisico al dipinto) compenetrazione psico-logica dell'anima spettatrice con la sostanza materica dell'architettura colà scomposta e riassemblata in pittura.



Massimo Galuppi. Manhattan 2010

         Galeotta sarà stata la suggestione d'atmosfera; oppure a dischiudere il sipario percettivo della fotografa sarà stata la solidarietà di lei con gli intenti espressivi accalcati nel cantiere pittorico dall'artista cesenate (che da ormai lungo tempo la scrivente conosce, e che costantemente riconosce congeniale a sé).
O forse, a perpetrare l'incanto astraente di cui chi scrive si è trovata vittima contenta, non era proprio quella inconfondibile qualità pluridimensionale dei dipinti di Galuppi? Quella loro complessità (de)costruttiva di accostamenti e di sovrapposizioni, che in maniera così singolare ed originale (dunque riconoscibile) ottiene di approfondire i suoi dipinti in ambo le direzioni – orizzontale e verticale – previste dallo schermo pittorico. Nelle opere galuppiane invero sempre si constata una bidimensionalità controversa, si direbbe recalcitrante a dover – per statuto pittorico – rinunciare alla terza dimensione, quella che è propria, costitutiva, ed anzi essenziale, del (s)oggetto architettonico (di cui la pittura di Galuppi è cantrice).



Massimo Galuppi Manhattan 2012

Anzi, la interiore movimentata molteplicità della superficie ritratta mai s'acquieta nella levigatezza bidimensionale pittoricamente attesa, inficiata sempre com'è dall'emergere materico di sottili presenze aggettanti, quegli innervati filamenti di pasta deposti in contrasto cromatico, a rivendicare alla reinventata architettura dipinta la caratteristica qualificante – e non solo in senso architettonico – di “avere spessore”. Quali, infatti, impalcature metalliche a sorreggere i lavoranti impegnati nel rifacimento di un edificio in ristrutturazione, così le “canalette linfatiche” di smalto profilano le porzioni (ritorte, distorte e riconfigurate dalla mano dell'artista) dell'architettura prescelta, a rilevarsi come trama e fascino di ragno che alletta e attrae fatale l'insetto. C'è infatti una catturante potenza di attrazione entro il reticolo irregolare di tali cellule dai profili rilevati in pasta color biancastro o argenteo o azzurrato o nero. C'è l'imponderabile e lo schiocco della crosta terrestre che si crepa nel moto vitale della peculiarissima tettonica archi-tettonica messa su tavola da Galuppi.



Massimo Galuppi. Manhattan 2012

In colei che ragno attirato nella tela si sentì allora, ed ora si risente e ne scrive, al cospetto dei dipinti galuppiani c'è quella medesima emozione che la commuove interiormente allorquando si rinviene dinanzi ad un planisfero, quasi che a materializzarsi sulla parete fosse allora la fantasmagorica mappa del tesoro –  da ciascuno sognata in età non sospetta –, ed il tesoro fosse ogni potenziale umanamente realizzabile. Sul palcoscenico della tela, insomma, un planisfero di possibilità spalancatesi a sfida dinanzi alla nostra abitudinaria ottusità, acquisizione insensibile del divenir adulti. Ogni quadro diventa allora un invito a rimescolare i puzzle della nostra esistenza, consci che c’è sempre l’opportunità di fare di tale nostra esistenza l'arena su cui potrebbe scatenarsi ed inverarsi l'irreale, se solo si avesse noi il coraggio di reimpostarci su di essa ed, in base alle nuove configurazioni lì rappresentate, riprogrammare il nostro sentiero vitale.



Massimo Galuppi. Manhattan 2014

         In definitiva, non in altro che in tale scardinamento ed intimo sommovimento del solido architettonico in ricomposizioni altre ed eventuali, in riattuazioni dell'esistente, dunque nella rigenerazione alternativa del costruito (ossia del reale), in ciò, risiede la maggior scintilla di attrazione nella poetica pittorica di Massimo Galuppi. A parere della scrivente, s’intende. Ciò che intriga lei è, insomma, il galuppiano configurare assetti alternativi di un reale – quello architettonico – che, talmente quotidiano, concreto, solido e corpulento, purtuttavia paradossalmente risulta negletto dalla vista e, genericamente, dalla percezione sensoriale del riguardante. Ne consegue che dall'occhio e dal sentire insensibili del passante, codesta tanto imponente presenza architettonica finisca inclusa nel novero delle staticità date per scontate, dei dati stabili (non è, d’altronde, “stabile” uno dei sinonimi di “edificio”?), considerata alla stregua di una mera invarianza percettiva all’interno della semplificata e carente cognizione urbanistica (e conseguentemente culturale tout court) del cittadino.
È allora proprio in questo snodo etico-sociale, che si insinua il modus pittorico galuppiano, che – quasi suggerendosi come pharmacon –, si ribella a tale intestardita pigrizia civica, impugna il pennello quasi fosse piccone, rivanga il lotto edificato, ripensa l’alzato ed i volumi, rinviene nuovi ordinamenti possibili per murature mattoni tegole finestre soppalchi tetti scale ciminiere etc. Per, infine (con desiderato effetto consequenziale di un’iniziale sorpresa e la successiva comparazione critica fra la versione reale e quella rigenerata) restituire al riguardante l’oggetto architettonico noto in una forma inaudita. Suscitando meraviglia.



Massimo Galuppi. Manhattan 2014

Quella stessa meraviglia, da cui nemmeno l’artista è esente. Sicché accade che, inizialmente rapito egli dalla configurazione attuale dell’architettura, è infine l'artista stesso che la rapisce, facendosene ricreatore, sollevandone la pelle per reimmaginarne l'accostamento cellulare secondo modalità rigenerate (e – tale l’auspicio – rigeneranti). Terminologia biologica non fuori luogo, dacché l'intera operazione messa in atto con tratti e campiture, simbolicamente funge da chirurgia estetica (e dunque contemporaneamente etica, secondo l'ottimo detto wittgensteiniano) dell'organismo architettonico, ed in più larga scala urbanistico, a disposizione del corpo civico. Con talora perfino degli autentici riposizionamenti del D.N.A. plastico e statico.
Si badi, tuttavia, che il nastro di partenza è sempre il “dato” (il reale, il costruito – imprigionato che sia in scatto fotografico, ovvero calamitato in figura memoriale da un’antica visione autoriale –), su cui il processo artistico lavora per revocare questa (troppo) assodata “datità” e tramutarla in uno degli innumerevoli potenziali esistibili, ma non pervenuti a realizzazione, poiché scalzati dall'unico prescelto.



Massimo Galuppi. Manhattan 2016 

         È dunque consustanzialmente filosofica questa arte, che reduplica il reale e lo rifrange in una pozzanghera cromatica e formale di tentativi costruttivi inespressi, colmando questa loro latente richiesta di attuazione con il surrogato pittorico di una esistibilità opzionale. Rimettere in campo i progetti scartati, istigare alla ribellione le alternative costruttive sconfitte o nemmeno concepite... Provocazione ad esistere? Si potrebbe ipotizzare un’arte con intento provocatorio, dunque. La filosofia è certo un balsamo fin troppo intridente per le menti prone a concederlesi. Sovverrebbero certamente Aristotele, con i suoi requisiti di accidente e le spole fra potenza ed atto (e viceversa: in verità, la fattispecie della procedura galuppiana parte dal realizzato, da cui estrae, trae e contrae configurazioni inesistenti – e, per essere sinceri, per lo più inesistibili –), Platone, Heidegger (tutti architetti di filosofia e filosofi di architettura); nonché la semiotica letterario-urbanistica di certo Ricœur, e ancora ovviamente certa avanguardia pittorica, certa fantascienza (declinata in libri ed in film), senza poter tralasciare l'immaginativa urbanistica calviniana, sempre sospesa tra esistibilità dell’inesistente e suo contrario. E così innanzi procedendo, poiché, a voler precisare l’humus che ha allevato la pittura galuppiana, si potrebbe allegare ancora una panoramica di altri stimoli e modelli lunga millenni e larga continenti. Non andremo, però, ad aggravare di tali complicanze concettuali le astratte tessere cromo-formali galuppiane, che così come sono – pure da incrostazioni troppo cerebrali –    restano appese assai leggiadramente al loro rinnovato tessuto connettivo, imbragate da lievi immaginifiche punzonature in paste metalliche: aggregate, sì, fra loro,  ma pur sempre ammiccanti ad un eventuale – e non da escludersi... – rimescolamento pitto-archi-tettonico.
         Nell’opera galuppiana, scodellato su tela è niente meno che lo statuto della precarietà d'esistere. Instabilità, sospensione, indecisione, inconcludenza, insoddisfazione: in definitiva, quella che il pittore astrattista e mistico Massimo Galuppi sunteggia è la finitezza dell’uomo, (ri)scoprendo dalla sua prospettiva originalissima incastrata fra architettura, fotografia e pittura, che il minimo comune denominatore strutturale dell’uomo è il mutamento, è vento, è polvere: quella biblica “polvere”, che – pur con tutti i rimescolamenti accidentali che potrà subire – ritornerà comunque sempre polvere.
Tanto più spettacolare, allora, che non ne discenda un senso tragico dell’esistere. Perché anzi, proprio quel sagace ed autoironico invito, che le tessere pittoriche ed architettoniche galuppiane ci insinuano, a continuamente riconsiderarsi, per rigenerarsi, quell’essere loro custodi di uno spirito di trasmutazione perpetua vivificante, ebbene ciò risulta essere sorgente di conforto. Almeno per chi – ed è colei che ancora, ma non ormai per molto, sta scrivendo – veleggia in tale nostra piega generazionale ed epocale signoreggiata da una insoverchiabile espansa precarietà. Sarà allora forse anche per tale insospettata attualità del farmaco galuppiano, che le misture architettoniche del mago Galuppi agiscono su di lei – sia allorquando è fotografa sia quando scrittrice sia quando semplice riguardante – come iniezioni di propositività, stimolatori di costruttività ed incantesimi di fiducia.

Ambra Marzocchi, 16 Dicembre 2010



Massimo Galuppi. Manhattan 2016



Massimo Galuppi è un pittore i cui soggetti privilegiati sono le architetture contemporanee, internazionali ma anche locali, come dimostra un ciclo pittorico (16 quadri) interamente dedicato al quartiere ex Zuccherificio di Cesena. Le sue opere, di figurazione non accademica, sono riconducibili a uno stile che si situa nello snodo tra formale e informale - con influssi di digital art nella strutturazione compositiva ed un uso del colore insieme carnoso e irreale - e occupano una posizione originale nel panorama artistico non solo cesenate.

Renato Loris Mariotti,  2010

I cicli pittorici prodotti negli ultimi anni dal pittore Massimo Galuppi hanno ricevuto, in più occasioni, un meritato riconoscimento, sia da parte di un pubblico interessato, che di una critica attenta. Ciò che qui interessa segnalare di questo itinerario espressivo non è tanto l’originalità dei temi oggetto dell’opera di Galuppi – seppur unici  –, quanto la necessità poetica di svolgere la propria indagine pittorica a partire dall’osservazione attenta della città contemporanea. […] il cui percorso, un po' schematicamente, lo si può anche pensare quale interazione tra macrocosmo dello spazio urbano e microcosmo del corpo architettonico[…].
Un percorso, quindi, che dispiegandosi da un primo ciclo, CittàPolis, in cui palinsesti di colore e forme reinterpretano l’articolarsi di ipotetiche stratificazioni urbane, si sofferma poi, sulle poetiche interpretazione degli spazi pubblici del quartiere ex Zuccherificio di Cesena di Gregotti, là dove il principio insediativo fondato sul tema della piazza quale nucleo aggregativo attorno al quale si articola lo spazio urbano viene rielaborato in uno spazio “sospeso”, trasfigurato in oniriche dissolvenze prospettiche. Quasi come in un successivo passaggio di scala urbana, troviamo poi alcune visioni più dettagliatamente architettoniche, quali la “composita” torre del centro meteorologico di Barcellona di Alvaro Siza, o il “metafisico” volume del cimitero di San Cataldo a Modena di Aldo Rossi, (si veda anche lo “scomposto” equilibrio cromatico della torre di Hans Kollhoff a Berlino). L’ultimo ciclo, SacerArch, sviluppa, più specificatamente, istanze cariche di sacralità, mediante la rilettura di due architetture complementari: l’asciutto espressivismo, quasi metafisico, dell’interno della cappella Notre-Dame du Haute a Ronchamp di Le Corbusier e l’equilibrato lirismo della chiesa della Sacra Famiglia a Genova di Ludovico Quaroni. […]
In conclusione: nessun intento “rappresentativo” pervade queste visioni, le quali appaiono voler additarci, semplicemente, “segni sospesi” di una ricomposta e meditata bellezza in questa nostra contraddittoria contemporaneità.

Johnny Farabegoli, 2009



Massimo Galuppi realizza le sue opere con tecnica mista su cartoncino o su tela. Ma è sopratutto la grafica digitale lo strumento espressivo di cui il Galuppi si serve per la sua attività artistica, il mezzo più idoneo per manipolare e trasformare immagini e disegni per la stesura dei colori e la loro gradazione cromatica.
Il colore, il pennello e la tela sono, da sempre, gli strumenti più semplici per svolgere l'attività pittorica. Massimo Galuppi è, invece, un'artista che, come pochi altri, impiega mezzi espressivi diversi. Le immagini, ideate nella sua fantasia creatrice, le costruisce con la grafica digitale. A questo primo atto fa seguire un complesso lavoro di manipolazione, disgregazione e ricostruzione. Il terzo movimento è rappresentato dalla campitura dei colori, usati e dosati con attenta cura e parsimonia. Un altro tratto non comune, anzi singolare, del Galuppi è il modo con cui si serve del bianco e del nero, in particolare di quest'ultimo, vera "pietra filosofale" della ricerca galuppiana, che sa dare forma vitale all'informale.

AAttilio Bazzani



Cromie 2015.
Questa nuova esposizione dell'artista cesenate Massimo Galuppi, pur nell'esiguità del numero dei lavori esposti, costituisce un'ulteriore metamorfosi linguistica di una rinnovata e feconda ricerca pittorica  che sembra ora svincolarsi dalle più serrate "strutture" geometriche del precedente ciclo dedicato a Manhattan (in particolare "Manhattan/3"), di cui rimangono, comunque, in-visibili tracce.
Nel rinnovato sguardo che qui ci viene offerto dall'artista, i lavori del ciclo "Zen-Cromie"  sembrano caratterizzati da un processo pittorico-compositivo che procede per "semplificazioni" dei propri elementi costitutivi, in grado però di spingere lo sguardo dell'osservatore proprio là dove,"apparentemente", sembrerebbe non esserci "nulla" da vedere.Così, come l'adagio svolgersi diun lirico movimento musicaletrae sostanza dal"necessitante" silenzio-attesache antecede il sorgere dell'evento sonoro - e a cui rimane indissolubilmente legato -,  allo stesso modo lo "spazio vuoto" che sembra espandersi sulla tela dà corpo e sostanza all'articolarsi  dell'orditura/partituradella composizione cromatica.

E proprio da questa "prospettiva zen"sembra riflettersi, come in uno specchio, la "semplice pienezza" che feconda la linearità delle forme, e che, al pari di un sapienziale motto zen, sembra ricordarci che il "vero vedere è quando (apparentemente) non c'è più nulla da vedere".

Johnny Farabegoli, 2015